Date: martedì, 16 maggio 2006
Time: 16:28
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Capitolo 10

 

Mentre si levava il fango e il senso di colpa di dosso, Susan si accorse per la prima volta quanto il suo carattere fosse cambiato in quelle poche settimane di viaggio.

Da ragazza timida a marinaio, amico del capitano e del figlio, sapeva ammainare le vele e aveva appena partecipato ad una caccia, sparando, se pur di striscio per la paura, ad una bestia enorme, che l’avrebbe uccisa se non avesse reagito in tempo.

“Forse sarebbe stato meglio così” si ritrovò a pensare.

“Non posso andare avanti così per molto, prima o poi si accorgeranno che non sono un ragazzo”.

Si lavò il viso con l’acqua fredda del lago, dove era immersa fino alla cintola. Il riflesso sull’acqua non le apparteneva, quello che vedeva non era Susan, ma una imbrogliona.

Non avrebbe mai voluto mentire a nessuno, tanto meno a Tom, quel ragazzo che l’aveva presa così a cuore, o meglio, aveva preso a cuore Peter, non Susan.

“Come ho potuto” si disse. “Non se lo merita” pensò. Ma d'altronde non poteva rivelargli chi era in realtà, ormai si era ficcata in quel guaio, e prima o poi ci sarebbe uscita, in un modo o nell’altro.

“Peter, forza, la cena è pronta” la chiamò Tom.

Lei si girò di scatto, si ricompose e li raggiunse al fuoco. Quella sera non aveva parlato con nessuno e subito dopo aver mangiato, si raggomitolò su se stessa, chiuse gli occhi e si addormentò.

 

Il mare, una nave, anzi due.. il cuore mi batte nel torace, “cosa succede Tom?” ma non mi parli, ti sfioro la spalla, ti giri e sei una maschera di sangue.. “tutta colpa tua” mi dici, con una voce che non ti appartiene.. l’altra nave, enorme e cattiva, spara una cannonata e sfonda il fianco sinistro. L’Unicorno vacilla, ma non sprofonda.

“Vedi cosa sta succedendo?” mi dici, sibilando come una serpe “tutta colpa tua” ripeti, prendendomi per il collo.

“Stiamo morendo per te, e il tuo ringraziamento è la menzogna”.. mi stai stringendo troppo la gola, mi manca il respiro, il corpo scosso dalla paura e dal pianto. “Io non volevo, lo giuro Tom”.. cerco di liberarmi, tutto intorno a noi è nero, tutti sono riversi sul ponte della nave che ho chiamato casa.. tuo padre, Alexander, Jack.. tutti sono riversi in una pozza di sangue.

“Tutta colpa tua, stiamo morendo per te”.. e stringi, stringi così forte che la mia vista si annebbia.

Un altro colpo di cannone, l’Unicorno vacilla ancora e questa volta imbarca acqua.

“Menzogna, ecco il tuo vero nome, stiamo morendo per te” ripeti mentre mi soffochi.

Il mio corpo viene scosso da un fremito.. una voce lontana mi chiama, ma non è il mio nome. Peter, dice, ma non sono io..

 

Susan aprì gli occhi di scatto, era notte fonda, le stelle sopra di loro brillavano come diamanti nel cielo nero, una falce di luna splendeva come un sorriso, chi la scuoteva dal sonno era proprio Tom, che cercava di svegliarla muovendola per una spalla.

“Stavi sognando, più che sognando, dai versi che facevi, era un incubo, vero?” e la guardò ancora sdraiato nel suo giaciglio.

Susan si sdraiò sulla schiena, le braccia incrociate dietro la testa. Voleva raccontare a Tom del suo sogno, ma poi lui avrebbe fatto delle domande sulla menzogna, perché proprio quella parola era ricorrente in quel incubo. Non poteva. Ripensò al viso del suo amico ricoperto di sangue, e rabbrividì al solo pensiero. Girò la testa verso Tom, che la fissava come per aspettare una risposta.

“Si un brutto sogno.. ma ora torna a dormire, non ti preoccupare”

“Sicuro? Siamo amici, puoi dirmi tutto quello che ti passa per la mente, lo sai vero?”.

I suoi profondi occhi blu splendevano anche nel cuore della notte, e Susan si sentì stringere il cuore, non poteva, non ce la faceva.

“Tom.. vieni con me” e si alzò di scatto e corse verso il lago, senza far rumore.

Cosa stai facendo, stupida” le disse una voce nell’anima.

“Non ce la faccio, di lui mi fido, glielo devo.. almeno questo” rispose a quella voce, che ora taceva, come per acconsentire.

Raggiunse la riva del lago, immersa nel buio e nel verde, poco dopo arrivò Tom con il fiatone.

“Ma che succede, sei impazzito?” gli chiese, piegato in due, che cercava di respirare.

“Tom.. sei mio amico vero?”

“Un fratello direi, ma che succede Peter?” ora era visibilmente preoccupato.

“Ti sei mai chiesto perché non partecipo mai alle nuotate in gruppo, perché mi lavo appartato?” chiese con un filo di voce.

“Perché suppongo che hai paura di nuotare o perché sei timido, ma sei giovane, è normale” disse, sorridendo e dando un buffetto sulla spalla di Susan.

Lei abbassò il volto, e senza dire nulla si tolse la camicia, per la prima volta, davanti a Tom, rivelando la fasciatura alla luce delle stelle. La benda bianca risplendeva al buio, e le sagome dei seni di Susan si notavano grazie al chiaro scuro.

Tom non capiva. Non riusciva a capire.

“Quando ti sei ferito, Peter? I marinai hanno fatto ancora qualche brutto scherzo, perché non mi hai detto nulla?”

“No, nessuna ferita Tom, sono.. una donna, amico mio” e lo disse con la sua voce, dopo tanto tempo quella voce femminile le stonava nelle orecchie.

Tom rimase sbigottito. Quella voce melodiosa, quei seni che nonostante il bendaggio si vedevano, gli occhi bassi dell’amico, verdi, così profondi. Si lasciò cadere seduto per terra, Susan si riabbottonò la camicia, piangendo.

“Mi spiace.. io.. avrei voluto dirtelo prima, ma ho avuto paura..”

“Perché ora, quindi.. non hai timore che io ti tradisca? Che dica a tutti che sei una donna?” rispose lui, il volto rivolto all’erba.

Susan aveva paura, una paura assurda.

“Si, ho timore di questo, ma io mi fido di te, sei l’unico di cui possa fidarmi, Tom” e si sedette anche lei per terra, di fronte a lui.

Dopo qualche minuto di un silenzio imbarazzante, Tom fu il primo a scioglierlo.

“Come ti chiami” chiese, alzando di scatto il viso, a fissare gli occhi di Susan.

“Susan” disse lei, abbassando lo sguardo dalla vergogna.

“Susan…e dimmi, Susan.. cosa ti ha portato a cambiare quello che sei?” chiese lui, cercando lo sguardo della ragazza.

“Mio padre.. voleva che mi sposassi con un tizio orrendo e viscido, io non potevo, non volevo sposarlo, avrebbe ucciso la mia voglia di vivere, così mi sono travestita e mi sono imbarcata. Può sembrarti un motivo futile, ma io preferirei morire che andare in sposa a quel uomo” rispose, singhiozzando silenziosamente, le lacrime luccicavano alle stelle.

Tom rimase in silenzio poi chiese:

“E questo uomo che non vuoi sposare, chi è?”

“Frederic Rockwood.. un capitano della Marina Britannica, viscido, omicida e stupido.”

Tom non ci poteva credere.

“Sai in che guaio hai messo tutti quanti, Susan? Sicuramente sarà già sulle nostre tracce per cercarti.. ma hai idea di che cosa vorrebbe dire, combattere contro una nave della Marina? Morte certa, ecco cosa..” rispose, facendo fatica a trattenere l’ira.

Susan non sapeva che rispondere, aveva ragione, e il sogno che aveva appena fatto era veritiero, sarebbero morti tutti se Frederic li avesse trovati.

“Anche se” proseguì Tom “se arriviamo in fretta in Africa, li non ci troverà molto facilmente, anzi probabile che perda le nostre tracce, e si metta il cuore in pace, e smetta di cercare la sua cara futura mogliettina”.

Si alzò, sbuffando e ripeteva tra se solo una frase, “che guaio” scuotendo la testa, e massaggiandosi le tempie. Susan piangeva ancora.

“Se mi lasciate qui, io ti capirò, Tom” disse lei, in lacrime.

Tom si girò e ridendo disse:

“Sei pazza vero? Non potrei mai lasciare qui una donna, non avrei potuto abbandonare Peter, figuriamoci Susan.. no, non se ne parla. Non dirò niente a nessuno, nemmeno a mio padre, il tuo segreto è in buone mani, e io e te dobbiamo metterci di buona lena per arrivare fino in Africa, poi vedremo che cosa fare.”

Detto questo, porse la mano a Susan per alzarla. Le prese la mano e per la prima volta Tom si accorse di quanto era leggera e fragile, e senza pensarci, la strinse forte a se, mentre lei era ancora in lacrime.

“Non piangere ragazza.. i veri marinai non piangono” e la riportò con se ai giacigli, si rimisero ai loro posti e aspettarono di riaddormentarsi.

Susan chiuse gli occhi, ora quello che vedeva era solo la voglia di dormire, si era tolta un peso enorme dalla coscienza, sentiva che si poteva fidare di Tom. Doveva fidarsi.

 

 


Wrote By: Mizia
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Date: lunedì, 15 maggio 2006
Time: 17:51
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Capitolo 9

 

Susan quella mattina si era svegliata dalle urla di gioia che i marinai sopra la sua testa continuavano a lanciare. Stupita da così tanta gioia incominciò ad aprire gli occhi piano, e mentre si stava per alzare dalla sua branda, Tom varcò la soglia della stanza, quasi cadendo dalle scale e corse verso Susan, che l’abbracciò dicendo:

“L’ho vista, finalmente! L’ho trovata!!!” e l’abbracciò ancora.

Susan presa di sorpresa non capiva di che cosa stesse parlando.

“Tom, ma che stai dicendo non capisco” disse.

“Come non capisci? L’ho trovata! Terra, Peter, TERRA!” gridò, preso dall’euforia.

“Preparati, amico mio, tra poco saremo a qualche chilometro dalla spiaggia, e salperemo con delle scialuppe, mio padre adesso farà lo smistamento su chi lo accompagnerà e chi resterà qui, sulla nave. Preparati, che penso proprio verrai con noi!” e con un sorriso enorme la salutò, con una fragorosa pacca sulla spalla.

Susan era sotto shock, appena sveglia non aveva ancora percepito la notizia in se, aveva solo capito che doveva sbrigarsi a salire sul ponte. E così fece. Tutti i marinai erano in subbuglio, chi preparava le scialuppe, chi cercava di vedere l’isola dal parapetto della nave, chi chiamava l’amico per parlare della grande notizia.

Susan si avvicinò al parapetto e vide una sottile linea azzurra scura con dei picchi, stagliarsi sull’infinita distesa di mare e cielo. Quella doveva essere l’isola che Tom aveva avvistato, da lontano sembrava così piccola, ma mano a mano che si avvicinavano, poteva definire alte montagne verdi e rigogliose e un fitta foresta alla base delle montagne, vasta quanto tutta l’isola.

“Non è ancora l’Africa, ma almeno qui possiamo rifornirci, chissà che bestie vivono su quella terra!” disse Jon, spuntato chissà da dove, alle spalle di Susan, tenendo in mano due fucili.

“E tu verrai con me, mi servono giovani forti ed abili, e tu e mio figlio siete quello di cui ho bisogno, ma non fare nessuna sciocchezza senza priva averne parlato con me o con Tom, che comunque è un tuo superiore. Ora vai anche a prendere la spada, giù nell’armeria, ti servirà per farti strada tra la foresta.” E con un paio di pacche sulla schiena si congedò da Susan. Lei scese in armeria e scelse una spada fra le tante e mille domande le frullarono in testa. Cosa avrebbero trovato sull’isola, quanto poteva essere grande, come avrebbero fatto se si sarebbero persi.. ma in quel momento fu destata da quei pensieri dal capitano che continuava a chiamarla dal ponte, e si affrettò a salire per rispondere alla chiamata.

“Dopo tanto penare, amici miei, Tom ha avvistato terra, ciò vuol dire, cibo e acqua. Ho bisogno di braccia forti. Verranno con me Tom, Peter, Jack e Alexander. Peter, intanto che ci prepariamo, prendi Black, che mi sembra il più forte di tutti, e caricalo di bisacce, sacche e otri vuoti, da soli non ce la faremo mai a trasportare le scorte.Voi invece restate sull’Unicorno, in caso che in giro ci sono pirati. E ora, voi quattro seguitemi.” E detto questo, si calò dalla scaletta di corda e saltò su di una piccola barca. Susan portò sul ponte Black, che non era molto felice quando lo imbracarono con le corde per calarlo sulla braca. Una volta che il cavallo ebbe raggiunto il capitano, Susan scese per la scaletta e slegò il cavallo, facendo segno al marinaio sopra la sua testa di tirare su le corde. Il capitano e il figlio incominciarono a remare veloci verso la spiaggia bianca, troppo luminosa sotto il sole cocente e in contrasto col verde scuro delle palme e degli alberi che crescevano all’interno dell’ isola.

Mentre si avvicinavano alla terra ferma, con i muscoli e le orecchie tese, a rilevare un qualsiasi rumore, Susan si accorse della vastità di quel posto. Doveva alzare la testa del tutto per scorgere la punta delle montagne, si sentiva minuscola al cospetto di quello spettacolo meraviglioso.

A spezzare quell’incantesimo, era stato il rumore della prua della barca che grattava sulla sabbia incandescente della spiaggia.

“Bene, ora statemi vicini” disse Jon, acquattandosi come un gatto davanti agli altri, mentre entrava nel fitto degli alberi, puntando il fucile davanti a se.

Susan non si aspettava tutto quello, appena entrarono nella foresta sentì il fresco delle piante, il sole entrava di rado tra le fitte foglie e rami, formando strane forme di luce sul tappeto di erba e foglie cadute. Liane pendevano da alcuni alberi contorti e versi lontani di strani animali spezzavano ogni tanto quel tetro silenzio.

I passi dei marinai e di Black erano attutiti dall’erba fresca e morbida del bosco, e mentre camminavano ogni tanto, si giravano di scatto verso il vuoto, sicuri che qualcuno li stesse guardando. Anche Susan si sentiva osservata, quando si fermarono a bere un po’ d’acqua dagli otri di pelle e Black era un po’ agitato. Un fruscio tra le foglie di un albero attirò l’attenzione del cavallo, che incominciò a nitrire sommessamente e a sbuffare, impennandosi ad un certo punto sulle zampe posteriori, quando Susan lo trattenne a stento, per la paura che scappasse dallo spavento.

“Che succede?” chiese Jon, vedendo il cavallo un po’ impaurito.

“Non lo so, capitano.. all’improvviso ha incominciato a spaventarsi” disse Susan.

“Fa stare zitto quel stupido animale, o qualcuno qui ci sente e ci ammazza” disse Jack con disprezzo.

Susan non capiva come mai Black era così spaventato e incominciò a guardarlo ovunque, nel caso si fosse fatto male camminando.

Mentre lo esaminava, notò un movimento davanti a se e al cavallo, qualcuno si nascondeva dietro ad una siepe. Susan fece segno col dito di stare zitti a tutti e con cautela si avvicinò alla siepe. Trattenendo il respiro, Susan di scatto, divise in due la siepe e si mise a ridere. Ciò che aveva spaventato il cavallo era una simpatica scimmiotta, piccola, con la coda lunga e pelosa, il corpo esile dell’animale tremava dalla paura, e gli occhi grandi e arancione, splendevano sotto il riverbero del sole, tra il pelo bianco del musetto, tenendo tra le zampine un frutto mai visto, rosso sangue. Susan si intenerì alla vista dell’animaletto, e si accucciò per terra, prese dalla siepe un frutto rosso come quello che la scimmiotta teneva in mano, e glielo porse, come chiedere scusa.

La bestiola, incuriosita e allo stesso tempo impaurita, non sapeva se fidarsi e avvicinarsi o scappare, non prima di aver rubato il frutto che Susan teneva in mano. Black vedendo che la sua padrona non era spaventata da quella cosa, si tranquillizzò, e incominciò a brucare l’erbetta fresca sotto i suoi zoccoli.

Tom si avvicinò a Susan.

“Dunque era questo strano animale che spaventava il tuo cavallo, eh?” disse mentre allungava una mano verso la scimmia. Spaventata da quel gesto, scappò via, rubando dalle dita di Susan il frutto che le stava donando. Tom rise, quando vide che Susan si era intristita.

“Cos’è, la volevi portare sulla nave? Poi avrebbe impestato tutti con le sue pulci” e sempre sorridendo si alzò e tese la mano a Susan per aiutarla ad alzarsi.

“Possiamo andare avanti? Siamo appena entrati in questo posto dimenticato da Dio, e non voglio metterci le radici!” disse spazientito Jack che incominciò a camminare da solo, verso l’interno della foresta. Jon non fece tempo a fermarlo, che il marinaio sprofondò all’improvviso nel terreno, fino alla cintola.

“Aiuto! Aiutatemi, non riesco a muovermi!” e piano piano sprofondava in quello che sembrava prato liquido.

Nessuno sapeva che fare, Alexander provò a sdraiarsi per terra e tendere la mano a Jack, ma la sua mano resa scivolosa dalla melma non permetteva al cuoco di aiutarlo.

Susan d’istinto, prese una liana, che sembrava una corda robusta, se la legò in vita e disse agli altri di tenerla stretta. Jon, Tom e Alexander unirono le loro forze mentre Susan si buttava nella melma, e prendeva Jack da sotto il braccio, per tirarlo fuori.

“Ora tirate!” gridò Susan, e con un enorme sforzo, gli uomini incominciarono a tirare la liana verso i bordo della pozza, e dopo qualche minuto, Jack e Susan erano sdraiati per terra, stremati e ansimanti.

“Stupido! Cosa avevo detto sulla nave, non fate passi falsi senza di me! Hai visto cosa stava per succedere per colpa della tua ignoranza? Hai rischiato di morire e far uccidere un tuo compagno per salvarti! Se eravamo soli ti avrei lasciato li, idiota!” gridò Jon, prendendo per il braccio Jack rimettendolo in piedi, con un solo gesto.

Tom andò da Susan. “Tutto bene, Peter? Sei stato coraggioso, ma la prossima volta lasciamolo li dov’è, almeno ci togliamo di mezzo uno stupido.” Disse, sibilando l’ultima parola, come per tagliare l’aria.

Sporchi di fango ed erba, imbracciarono di nuovo i fucili, e si fecero strada verso l’interno della foresta. Camminarono per quello che sembravano ore, non potevano definire l’ora, per via della folta vegetazione che copriva le loro teste.

“Se la notte dovesse sorprenderci, ci accamperemo appena troveremo un posto adatto” disse il capitano senza fermarsi o girarsi verso i compagni, con buone probabilità era ancora infuriato col cugino, Jack.

Camminarono ancora a lungo, nel fitto della foresta quando ad un certo punto sentirono un rumore di acqua assordante. Seguirono il rumore, e si affacciarono su una radura, con un lago e una cascata enormi. Dall’alto della collina, videro che ad abbeverarsi a quella sorgente di acqua pura, c’erano parecchie antilopi e montoni. Ad Alexander, venne l’acquolina in bocca al solo pensiero di cucinare una bella bistecca.

“Adesso scendiamo lentamente per quel sentiero, dobbiamo fare attenzione a non stare sotto vento, altrimenti scapperanno dalla paura, se sentono un odore che non conoscono. Attacchiamo solo ai giovani o agli anziani. Al mio cenno, sparate, va bene?” chiese Jon, sottovoce, per la puara che anche a quella distanza le prede lo sentissero e scappassero.

Scesero tutti per il pendio scosceso, rischiando di rotolare più volte, e si nascosero dietro alcuni alberi. Il capitano si affacciò da un lato di un albero, e dopo un profondo respiro, fece un cenno con la testa, segno che tutti dovevano seguirlo. Susan presa dall’adrenalina della caccia stava tremando.

Si avvicinarono piano ad alcune piante basse e vi si nascosero. Susan notò che tutti i suoi compagni erano tesi ed emozionati per l’imminente caccia, Tom teneva gli occhi chiusi e faceva dei grossi respiri, Jon invece teneva gli occhi fissi verso un antilope che stava bevendo, ignara di quello che le stava per succedere, Jack e Alexander sorridevano, uno per il brivido di sparare a qualcosa e l’altro perché con quella carne avrebbe cucinato dei manicaretti gustosi.

Susan invece guardava quegli animali con un altro spirito, sentiva che quelle bestie erano più che cibo, che avevano un cuore e una mente. Si soffermò a guardare un piccolo branco, formato da un maschio, una femmina e dei cuccioli di antilope. Erano felici, era quello che Susan percepiva dai loro movimenti. E i compagni, compreso il capitano, guardavano proprio da quella parte.

In men che non si dica, Jon saltò fuori dalla siepe e sparò dritto in fronte alla madre delle antilopi, che cadde a terra, come se fosse un giocattolo di legno. Il branco si mise a correre, compreso quello dei mufloni, che Tom e Jack attaccò, atterrando due vecchi maschi. Susan non aveva ancora sparato, stava li, in piedi, in preda al panico con il cuore in lacrime, con il fucile puntato contro il nulla.

Tutto quello che riusciva a sentire erano gli spari, le grida di esaltazione degli uomini che atterravano quelle splendide bestie, il suo cuore che stava per scoppiare dalla disperazione, e le lacrime, che come aghi di ghiaccio pungevano i suoi occhi verdi. Non poteva, non riusciva.

Intanto vide che Tom aveva sparato ad un cucciolo di antilope, con lui era morta tutta la sua famiglia. “Almeno non è rimasto da solo” si ritrovò a pensare Susan, ancora in piedi, ferma e terrorizzata.

Qualcuno le urlò di stare attenta, di sparare alle sue spalle, ma non si accorse del pericolo imminente, solo quando si girò. Un muflone gigantesco la stava caricando da lontano. Delle voci fuori e dentro la sua testa le dicevano di sparare o di scappare, ma lei era ancora li, ferma, impietrita. Una mano invisibile le fece alzare il fucile, strinse gli occhi e premette il grilletto. Dopo il grande botto dello sparo, il silenzio. Gli animali che si erano salvati ormai erano troppo lontani per seguirli, e il rumore dei loro zoccoli pareva ovattato nella grande distanza che li separavano dalla strage.

Susan aprì gli occhi, solo quando Tom le toccò la spalla.

“Forza Peter, sei vivo, apri gli occhi, stupido!” e detto questo le strappò di mano il fucile.

Susan aprì gli occhi. Tutto quello che vide, erano i corpi di almeno una decina di bestie morte o morenti tra antilopi e mufloni, chi non era ancora morto veniva finito dalla mannaia del cuoco.

Susan cadde sulle ginocchia quando si accorse della breve distanza tra lei e la morte, che l’avrebbe colta se non fosse stato per la sua voglia di sopravvivenza.

Il grande maschio era li, che rantolava, l’aveva colpito solo ad un polmone, e dalla bocca aperta usciva una schiuma di bava mista a sangue. Presa dall’angoscia si accasciò al suolo, in preda a singhiozzi silenziosi.

Jon si avvicinò al muflone e sparò un secco colpo di fucile alla tempia dell’animale, che smise di soffrire. Poi si avvicinò a Susan, si inginocchiò davanti a lei e disse:

“La caccia può essere bella quanto opprimente, per chi non ha esperienza come te. Avrei dovuto aspettarmelo che un giovane come te non aveva mai provato l’ebbrezza della caccia, e di questo mi rammarico, non avrei mai voluto scioccarti con questa vista. Mi dispiace davvero molto, ragazzo.” E si alzò, dopo aver stretto con le sue mani poderose le spalle di Susan, per incoraggiarla.

“Jack, tu e Peter andate a levarvi di dosso quella fanghiglia secca nell’acqua del lago, mentre io, Alexander e Tom, prepariamo la cena per questa sera, ci accampiamo qui stanotte, il sole ormai è già basso all’orizzonte e non faremmo in tempo a tornare alla nave” e detto questo si adoperò per squoiare le bestie morte, farle a pezzi e preparare delle bistecche per quella sera. Susan ancora sotto shock, si diresse al lago senza dire una parola.

 


Wrote By: Mizia
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Date: mercoledì, 10 maggio 2006
Time: 10:45
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Capitolo 8

 

Dopo quasi una settimana di viaggio, Susan e Tom non avevano ancora avvistato nemmeno una piccola isola dove sbarcare e recuperare dei viveri.

L’apatia incominciava a calare sui marinai, e il capitano non sapeva più cosa inventarsi per tenerli occupati.

Li faceva allenare con la spada sul ponte, li faceva nuotare nel mare, anche se Susan non aveva ancora apprezzato l’emozione di tuffarsi dal parapetto nel mare limpido. Si scusava sempre col fatto che non sapeva nuotare benissimo, per evitare di essere scoperta, anche se temeva che prima o poi un giorno Jack o chi per lui, l’avrebbe spinta alle spalle. La camicia bagnata avrebbe rivelato il bendaggio che le fasciava il seno, che era già un problema coprire quando doveva lavarsi. Non capiva perché agli uomini piace lavarsi in branco, tutti insieme, nudi, a scambiarsi battute sconce. Gli altri marinai si lavavano alla mattina dopo che sistemavano le brande e facevano colazione, lei aspettava sempre la sera, con la scusa che di giorno si suda dal duro lavoro, nessuno, stanchi come erano, chiedevano del perchè quel ragazzino preferisse lavarsi alla sera. Dopo qualche giorno di viaggio, nessuno ci faceva più caso per quella strana abitudine.  Si chiudeva a chiave nella stanza adibita per lavarsi e l’acqua veniva razionata ed era fredda, ma quel poco che lasciavano disponibile i marinai, le bastava per rinfrescarsi da una lunga giornata.

Quella sera il cielo era di un blu intenso senza nuvole, e la luce delle stelle faceva brillare il ponte e gli occhi di ogni persona che Susan incontrasse. Vide Tom in coffa, seduto in una specie di catino largo pochi metri, che circondava la cima dell’albero maestro. Quella notte non era il turno di Susan, ma non potè fare a meno di arrampicarsi, infilandosi un libro nei pantaloni.

Una volta raggiunto il suo amico disse:

“Bella serata vero Tom? Magari ci va di fortuna e avvisterai una isoletta?” e gli sorrise.

Lui ricambiò il sorriso, e si rigirò dall’altra parte, intento ad osservare le onde del mare, che si muovevano lente al soffio del vento leggero e caldo che c’era quella notte.

“Qualcosa non va Tom?” chiese Susan, un po’ preoccupata.

“No.. cioè, forse.. il fatto è che, mio padre ci ha imbarcati qui sopra senza nemmeno sapere quello che avremmo trovato, se si troverà qualche cosa.. io non capisco perché ha voluto farlo..” disse alzandosi di scatto. Innervosito.

“Se l’ha fatto è perché è  sicuro delle sue intenzioni, non dovresti dubitare così sulle facoltà di tuo padre, mi sembra un uomo intelligente e responsabile.”

“Ah! Responsabile dici? Se fossi tu suo figlio non diresti la stessa cosa. Sai a che età mi ha portato sull’Unicorno a vivere? Non avevo neanche tre anni.. ho sempre vissuto qui con lui.. vorrei per una volta stabilirmi sulla terra ferma e, non so, magari iniziare a tirare su una piccola fattoria..” disse l’ultima frase con un velo di tristezza nella voce e negli occhi blu.

“Ma tua madre che dice? Sicuramente vi aspetterà nella casa che avete lasciato, no?”

“Mia madre… è morta quando avevo solo un anno, un carro la schiacciò mentre tornava dal mercato.. non mi ricordo neanche casa mia.” Un velo di malinconia calò sul suo sorriso.

Susan non sapeva che dire, avrebbe voluto abbracciarlo e rassicurarlo, ma tra uomini questo non si faceva, si limitò a dargli una pacca amichevole sulla spalla.

Tom si sedette ancora, appoggiato con la schiena sull’albero maestro, e Susan lo imitò.

“Bella notte vero?” chiese, per spezzare quel silenzio un po’ imbarazzante. Non ebbe risposta e quindi aprì il libro, al segno che aveva messo, incominciò a leggere.

“Che cosa stai leggendo?” chiese Tom.

“Un libro di racconti.. nulla di che, guarda, questo capitolo per esempio sembra che sia stato scritto apposta per noi. Racconta di una nave, in balia di una tempesta, e delle avventure dei marinai” e fece in modo che il suo amico leggesse le prime righe, ma lui distolse lo sguardo imbarazzato.

“So leggere solo le carte nautiche, non i libri. Non ho mai avuto modo di imparare stando qui sulla nave” e sorrise, un sorriso un po’ tirato.

“Se vuoi ti posso insegnare quando siamo qui sopra, così magari stando lontani dagli altri, non rischi di essere preso in giro, o ancora peggio, per un idiota, visto che qui sopra sono tutti molto propensi a dire cattiverie tra di loro.”

Tom non rispose subito, ma si girò, la fissò negli occhi e con un cenno di assenso accettò la sua offerta.

“Vuoi incominciare subito?” gli chiese Susan.

“Certo perché no, tanto mi sa che abbiamo molto tempo prima di avvistare la terra ferma”.

Così quella notte, alla luce argentea della luna e delle stelle, Susan indicò le lettere e il loro suono a Tom, con un brivido nella voce. Mai erano stati così a contatto ravvicinato, e per lei era come se tutto quel tempo insieme, spalla a spalla, fosse un sogno.

“Sarà mica che mi sto innamorando di lui?” si ritrovò a pensare tra se e se, mentre cercava di correggere gli errori di Tom mentre leggeva. Ma con un cenno della testa, come per scacciare via una mosca fastidiosa, si schiarì la mente, e si dedicò alla loro prima lezione.

 

                                                                   *****

Frederic, quella notte, era al porto, chiedendo a qualsiasi marinaio, se da una settimana a quella parte, avesse visto per caso una nave sospetta abbandonare il pontile, prendendo una rotta diversa da quelle navi che si occupavano di trasportare mercanzie.

Nessuno di quelli a cui chiedeva sapeva rispondere, nemmeno sotto minacce, quindi si diresse verso casa.

“Come è possibile che nessuno di questi pezzenti non ha visto o sentito nulla.” Si ritrovò a pensare.

“Devo ritrovare quella sgualdrina, ad ogni costo. Me la pagherà per l’affronto e la vergogna che mi ha causato. Che ha causato a me e a suo padre.”

Mentre camminava verso casa, in un vicolo buio, oscurato dalle case alte di mattoni, da un vicolo sbucò un uomo minaccioso, che con un fischio lieve attirò l’attenzione di Frederic. Lui si girò, e quell’uomo incappucciato gli fece cenno di avvicinarsi. Un po’ impaurito accettò l’invito, mano alla spada.

“Ho sentito che cerchi informazioni” disse quell’uomo, ammiccando alla borsa di  monete d’oro che Frederic teneva appeso alla cintola.

“Si.. quanto vuoi?” disse lui, capendo fin troppo bene le intenzioni di quel straniero.

“Venti monete d’oro, e ridirò tutto quello che vuoi”.

Frederic a malincuore, tirchio com’era, slacciò il borsello e si fece cadere in mano le monete che l’uomo gli aveva chiesto.

Questi fece brillare nel buio un sorriso maligno, e fece per prendersi il denaro.

“Prima dimmi quello che sai, poi se riterrò soddisfacenti le tue informazioni, ti pagherò” disse lui, tirando indietro la mano piena di monete, e facendo scattare la spada dal fodero, per far capire all’uomo che non avrebbe più visto la luce del sole,in caso avrebbe cercato di fregarlo. Lo straniero abbassò il cappuccio che teneva nascosto il suo viso, e rivelò il volto. Gli mancava un occhio, e la faccia era ricoperta per metà da una cicatrice da ustione. I capelli unticci ricadevano sull’occhio mancante. Con una smorfia accettò la condizione di Frederic e gli disse:

“Quasi più di una settimana fa, provai ad imbarcarmi su un galeone come marinaio.. quella nave era diretta verso l’Africa, mi pare, quel capitano, voleva cercare oro, li in Africa.. presi parte allo smistamento, e fui accettato, ma dopo una litigata con un ragazzino odioso mi hanno lasciato qui, al porto. Pensavo che è la nave che stai cercando, visto che è l’unica che ha preso il largo verso una rotta diversa dai mercantili. Magari su quella nave si è nascosta la donna che stai cercando, non credi?” disse l’uomo, bramando le monete che Frederic teneva in pugno.

“Voglio il nome della nave” disse lui in tutta risposta a quegli occhi bramosi.

“Si chiama.. vediamo.. non mi ricordo il nome ma sulla prua c’era un unicorno d’oro, e la nave era di legno scuro, quasi nero, e i portelloni dei cannoni era blu e dorati.”

Frederic non accettò di buon grado quell’informazione, e con uno slancio, puntò di piatto la lama della spada alla gola del mal capitato.

“Voglio il nome” disse, con un sibilo di lingua, come un serpente, e schiacciando ancora di più l’informatore al muro.

“Fammici pensare, ho la memoria di un vecchio, io..” disse con un filo di voce, ma appena Frederic accennò a spingere di più la lama alla gola e sentì che la pelle del collo incominciava ad aprirsi, strinse l’unico occhio che gli rimaneva, e con un gemito disse:

“Unicorno… si chiama Unicorno” e tirò un sospiro quando sentì che il freddo della lama aveva abbandonato la sua gola.

Frederic lanciò le monete a terra che l’uomo si affrettò a raccogliere.

“E’ meglio per te che quello che mi hai detto è vero, altrimenti ti sgozzo con le mie mani.”

E lo lasciò li, in quel vicolo buio, intento con le mani tremanti a raccogliere quelle monete d’oro, ottenute a caro prezzo.

 


Wrote By: Mizia
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Date: mercoledì, 26 aprile 2006
Time: 16:06
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Capitolo 7

 Susan era appoggiata al parapetto dell’ Unicorno, per riposarsi un attimo dopo aver lavato il ponte per l’ennesima volta. Un marinaio continuava a stare male, rimettendo tutto quello che aveva nello stomaco, ed essendo lei il marinaio più giovane e con meno esperienza, le toccava pulire la nave, ammainare le vele e sistemare le cucine dopo che tutti avevano mangiato, mattina, pranzo e cena, aiutata miracolosamente dal cuoco, Alexander, un uomo alto, enorme, sempre sporco di grasso, sulla trentina, aveva preso a cuore Susan, forse perché era appunto la più giovane su tutta la nave.

Le dava quasi sempre, se era possibile, doppia razione di cibo, che era davvero squisito, perché diceva sempre che la vedeva deperita, troppo magra per i suoi gusti.

Mentre assaporava la brezza marina, Susan si sentì chiamare.

“Peter, che cosa stai facendo li con le mani in mano! Forza, c’è bisogno di te qui!” urlò un vecchio marinaio che, a differenza di Alexander, odiava Susan, perché gli aveva fatto perdere tutti i suoi soldi nella scommessa che avevano fatto, il giorno della partenza. Odiava anche quel ragazzino, perché aveva stretto amicizia col capitano e con il figlio del capitano. Forse anche perché, a differenza sua, era anche giovane. Il suo nome era Jack, sembrava più vecchio della sua reale età, sulla cinquantina, gli mancava una serie di denti e quei pochi che gli rimanevano era gialli e in procinto di cadere, il suo corpo magro e asciutto, ricordava a Susan una vecchia lucertola. In effetti a guardarlo dava proprio quella sensazione, incartapecorito, sporco e logoro.

“Allora ti muovi signorino? Quel deficiente che sta male ha vomitato giù, sulle coperte che usiamo per dormire! Muoviti con quello spazzolone, o con quella puzza in giro stiamo male tutti!”

Susan si mosse contro voglia e pensò “anche tu puzzi ma nessuno ti dice di lavarti”, ma lo pensò ad alta voce, senza accorgersene, proprio mentre passava davanti a Jack.

“Cosa hai detto?”

“Io? Nulla Jack..” rispose Susan facendo finta di niente.

“No ti ho sentito dire che puzzo anche io, ragazzino.. come ti permetti?” disse avvicinandosi sempre di più al viso di Susan.

“Io non ho detto un bel niente, sei tu che ti senti sempre messo in mezzo nelle discussioni degli altri marinai!” rispose lei, allontanandosi dal puzzo che usciva dalla bocca di Jack, per i denti che marcivano ogni giorno.

“Prima o poi, per il tuo comportamento sgarbato, ci rimetterai le penne, cocco del capitano!” disse lui, con grande disprezzo, e sputacchiando della saliva come un cane rabbioso.

Susan gli girò le spalle, senza ribattere a quella accusa ridicola. Lei il cocco del capitano? Ma quando mai, solo perché aveva stretto amicizia col figlio, Tom, non voleva dire assolutamente che era diventata il cocco del capitano.

Di mala voglia, scese sotto al ponte, e in effetti il lezzo del vomito era impressionante, per poco non stava male anche lei.

Il marinaio privo di forze e di sensi era crollato su una delle tante amache appese, e il suo colorito era tra il verde e il giallo. Con grande disgusto, Susan prese le coperte sporche di vomito, con una mano sola e le spostò in un grande ammasso di lana, e poi si mise a ripulire tutto. Mentre portava su le coperte sporche sentì Jack dire:

“Quel povero pivellino, con chi crede di parlare? Mi passa vicino con quell’aria da snob, ma un giorno vedrete che bella lezione gli do!” disse alzando e agitando un pugno all’aria, come per picchiare un fantasma.

Susan rimase li, allibita, non sapeva che pensare, ma soprattutto se reagire o meno a quelle accuse senza senso. Si allontanò, cercando di non far rumore per non attirare il gruppo che stava ascoltando Jack, qualche volta ridendo alle sue battute cattive riferite a Susan.

“..e se un giorno lo becco da solo, gli do una bella lezione, vedrete!” e tutti gli altri risero. Un ragazzino, alzò lo sguardo mentre Susan stava portando le coperte alla tinozza per lavarle, ed esclamò, alzando il mento come per indicarla:

“Ehi vecchio, ora è solo, perché non ci dimostri che cosa sai fare!”

Susan si fermò di botto, con le spalle girate alla banda, aspettando che Jack reagisse alla richiesta del ragazzino.

Jack, da parte sua, col pugno ancora alzato, non sapeva cosa fare, se attaccare oppure inventarsi una scusa per svignarsela.

Ma evidentemente quel vecchio non si voleva far sfuggire il suo momento di gloria.

“Già, adesso sei solo Peter, Tom e il capitano sono rinchiusi nella cabina per discutere della rotta da seguire..” e sghignazzò, mostrando i suoi denti marci.

Susan non sapeva che fare, se farsi sotto oppure no, e nel mentre stava ancora decidendo, sentì un forte dolore alla testa. Quando si girò, sdraiata per terra, si ritrovò a cavalcioni sopra di lei Jack, che con foga tirava pugni a destra e a manca. Susan non aveva mai provato così tanto dolore in vita sua, nemmeno quando da piccola fu disarcionata da un altrettanto giovane Black.

Presa dal panico, alzò un ginocchio e colpì proprio le parti basse di Jack, facendolo rantolare per terra, in posizione fetale. Era diventato tutto rosso dal dolore, e quando Susan si accorse che gli aveva spaccato mezza faccia, dal sangue che le colava dal naso e dal labbro spaccato, gli assestò un sonoro calcione nello stomaco, facendole piegare ancora di più. Senza dire niente, sputò in faccia a Jack una grossa quantità di saliva mista al sangue, e ritornò dalle coperte, che aveva abbandonato per affrontare la sfida.

Gli altri marinai che erano li ad osservare e a fare il tifo, si ammutolirono per il fatto che quel ragazzino aveva battuto Jack e perché il capitano era uscito dalla cabina seguito da Tom, avendo sentito la baraonda.

Senza spiegare nulla al capitano si dileguarono, ognuno a svolgere il proprio compito, lasciando Jack che si era alzato sulle ginocchia tenendosi con una mano lo stomaco e con l’altra i genitali.

“Cosa succede qui, Jack!” disse il capitano con un tono tra l’arrabbiato e il confidenziale.

Ma Jack non riusciva a parlare ancora per il dolore e indicò Susan.

Allora Tom si avvicinò a lei, che era girata di spalle intenta a lavare le coperte. Non piangeva, perché, si era detta, gli uomini veri non piangono. Fece per non guardare Tom in faccia, ma lui la girò di scatto per guardarle la faccia. Rimase allibito da quello spettacolo: un occhio era già diventato gonfio e violaceo, il naso sembrava rotto, leggermente gonfio in mezzo e non smetteva di sanguinare e il labbro completamente tagliato.

“Che cosa diavolo è successo!” gridò il padre di Tom, arrabbiato e spaventato dal viso tumefatto di Susan.

Lei senza battere ciglio, gli rispose raccontando tutto, per filo e per segno, quello che era successo, mentre Jack ogni tanto cercava di dire che era tutto falso, che era caduta dalle scale della cabina dei marinai, mentre portava su le coperte da lavare.

“E allora se sta mentendo, perché tu sei a terra dolorante eh? Per favore, Jack, sei mio cugino e ti ho accolto sulla mia nave per salvarti le chiappe! Se non fosse per me adesso eri ancora nelle prigioni di quell’isola abbandonata da dio! Che non capiti mai più una rissa fra i miei marinai! Avete capito? Tutti quanti!” gridò il capitano, rosso in faccia dalla rabbia. A Susan sembrava un demone, mentre si avvicinava a lei.

“Peter lascia qui quelle coperte e vai da Alexander, fatti mettere una bella bistecca su quell’occhio.. le coperte le laverai più tardi” le disse, come avrebbe fatto un padre col figlio.

Lei si allontanò e mentre scendeva alle cucine, per la prima volta dopo tanto tempo si fermò per piangere, e le lacrime che scendevano si mischiavano al dolore e al sangue. Non si pentiva di essere partita, ma non credeva che fosse così difficile mantenere quel personaggio.

 

 

                                                                       ****

 

 

Jason era fermo, sprofondato nella poltrona di velluto verde, tenendo in mano un bicchiere colmo di un liquore bruno, forte all’olfatto. Fissava le fiamme nel camino, come in trance. Il buio era pesante in quella stanza, opprimente con l’odore di chiuso, perché le finestre e le tende non venivano spalancate da giorni. Il suo sguardo era perso nel vuoto e gli occhi, così aperti, sembravano di un pazzo assassino. Non si curava da quando la figlia era scomparsa, la barba incolta ormai era visibile anche in quella luce fioca e i capelli erano disordinati e spettinati.

Continuava a rimuginare da giorni sulla lettera che gli aveva lasciato Susan.

“Come ha potuto” si ritrovò a pensare, l’unico pensiero che gli ronzava in testa. Lo ripeteva come una preghiera, una litania.

“Come ha potuto… come ha potuto” si ridiceva ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. La tenuta senza di lei era come morta. Lui mangiava, viveva e respirava, ma era come essere in un sogno, tutto quello che vedeva era come ovattato, per lui quello che stava vivendo non era reale.

“Come ha potuto..” continuava a pensare a solo questa frase.

“COME HA POTUTO!” si ritrovò a gridarla, scagliando il bicchiere vuoto a metà di quel liquore, che fece una fiammata di pochi secondi, bruciando l’alcol rimasto.

Gli occhi come quelli di una bestia, si alzò di scatto dalla poltrona e prese a camminare avanti e indietro per la stanza.

“Pensa, Jason, cosa puoi fare per ritrovarla”.

Aveva fatto setacciare l’isola in ogni suo angolo più recondito, addirittura aveva fatto chiudere per ripicca la locanda preferita della figlia, L’Oca Dipinta, perché la proprietaria non voleva dirgli dove era andata Susan, convinto che Dana lo sapesse.

Aveva minacciato di morte ogni suo contadino, ma vedendoli tremare alle sue minacce aveva capito che non ne avevano la più pallida idea di dove era finita Susan.

In quel momento bussarono alla porta dello studio, e Gyadil fece capolino dalla porta.

“Padrone, il signor Rockwood è qui, e vorrebbe parlarle”

“Fallo entrare” disse in fretta Jason.

Entrò nella stanza Frederic, il promesso sposo di Susan. Ancora più pallido e viscido del solito, strinse la mano a Jason.

“Signor Parkenton, sono felice che finalmente ha accettato di ricevermi. Notizie di sua figlia?”

Jason lo guardò come se chi gli stava davanti fosse pazzo e rispose:

“Ti pare che so qualcosa Fred? Pensi che se io non sapessi qualche cosa sarei ancora qui a cincischiare? Pensi che se io avessi qualche notizia sarei qui a parlare con te invece di essere sulle sue tracce?”.

“No signore.” Rispose il ragazzo, guardando a terra un po’ sconvolto.

Rimasero in silenzio, mentre Jason prendeva due bicchieri con la bottiglia di quel liquore ambrato, e li posò sul tavolino davanti al camino e ai due divanetti di velluto verde. Lui si sedette pesantemente, lasciando cadere tutto il peso e la stanchezza di quei giorni e fece cenno a Frderic di prendere posto di fianco a lui.

Non si dissero nulla per un bel po’. Jason era scuro in volto, e il ragazzo aveva il timore di una seconda sbottata per colpa di una domanda messa nel momento sbagliato.

“Dove si sarà cacciata” disse all’improvviso Jason, che fece sussultare sulla poltrona Frederic.

“Ho fatto setacciare l’isola, in lungo e in largo, ma niente.. nessuno sa dirmi niente! Come è possibile!” sbottò, tirando un pugno sul bracciolo morbido della poltrona.

Frederic lo guardò. Un uomo facoltoso, ridotto ad uno straccio, per colpa di una donna che non ha voluto assolvere il suo compito di femmina.

Sapeva benissimo che Susan non ricambiava i suoi sentimenti, ma che bisogno c’era di andarsene, col tempo, era sicuro, avrebbe imparato ad amarlo, volente o nolente.

Ad un certo punto la mente di Frederic si aprì, come illuminata da una santa verità, mentre guardava Jason, sempre più ricurvo e vecchio sulla poltrona, mentre si grattava la fronte e si asciugava le lacrime in silenzio.

“Avrà pur sempre setacciato l’isola, ogni posto e anfratto conosciuto e non, ma non ha fatto controllare in mare. E’ possibile, audace come si è rivelata, che Susan sia scappata per mare, non crede?”

“Come scappata per mare? Pensi che abbia preso una barca e sia scappata da sola? Non è capace di guidare una barca..” e mise da parte subito quella bizzarra idea. Pensare a sua figlia in balia delle onde lo faceva stare male.

“Magari, non da sola.. probabile che si sia nascosta su un mercantile. Con il mio potere e le mie conoscenze, potrei controllare quali navi abbiano lasciato l’isola di recente. Tutte sono state registrate il giorno dell’arrivo e il giorno della partenza. Mi lasci controllare Jason, tentar non nuoce, giusto?” disse con il suo tono mellifluo e lecchino.

Jason sapeva di non avere altro a cui aggrapparsi.

“Va bene, ti do carta bianca, Frederic, e tienimi informato su ogni tuo movimento”.

“Sarà fatto” disse il ragazzo. Con il permesso di Jason, si alzò e lo lasciò solo, nell’oppressione di quella stanza, solo con un bicchiere in mano e il fuoco acceso.

 

 

 


Wrote By: Mizia
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Date: martedì, 11 aprile 2006
Time: 08:21
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Capitolo 6

 

Verso le nove del mattino, Jason aprì gli occhi.Era una splendida mattina, il sole era già alto nel cielo limpido, e i suoi dipendenti erano già al lavoro. Era felice di sentirli così allegri, quei contadini, era sempre stato convinto che a maltrattarli non avrebbe concluso niente, invece dandogli case, cibo e denaro, la sua tenuta andava avanti a gonfievele.

Si sedette sul bordo del letto, si stiracchiò un po’ la schiena, e si guardò allo specchio davanti a lui. L’immagine che vide non gli era mai piaciuta, da un anno a quella parte. Per il semplice motivo che si era accorto che stava invecchiando. I suoi capelli, una volta ricci e folti, dal rosso fuoco che erano incominciavano a diventare grigi e a cadere, infatti incominciava a stempiarsi, e si era accorto che sulla nuca incominciava a diventare un po’ pelato. Il suo fisico, una volta magro ma forte, incominciava ad ingrassarsi, una pancia leggermente prosperosa incominciava a farsi strada, e gli acciacchi di un uomo di quasi sessant’anni incominciavano a farsi sentire. Il suo viso non portava molto il segno del tempo, ma la pelle incominciava a calare, e la barba incolta della notte dava riflessi bianchi. Si alzò, cercando di non riguardarsi più nello specchio, e si lavò mani e faccia con l’acqua fresca che poco prima una domestica gli aveva portato. Spalancò le tende e si stiracchiò per la seconda volta davanti alle finestre aperte, per fare entrare un po’ di aria fresca. In quel mentre si ricordò della serata passata. Era un po’ preoccupato per la figlia, che non si era sentita bene, e si era ripromesso di andarla a trovare dopo colazione. L’avrebbe svegliata con un bacio sulla fronte, e scostando delicatamente le tende per fare entrare la luce del sole nella camera. Gli piaceva tantissimo guardarla mentre dormiva, era l’unica cosa cara che gli rimaneva, gli ricordava la moglie. Poi si ricordò di lei, era una donna meravigliosa e l’amava così tanto..qualche lacrima gli scese al solo ricordo, ma poi lo cancellò subito dalla mente, e si concentrò sulla figlia. Sapeva che la decisione che aveva preso a sua insaputa le era sembrata meschina, ma non poteva di certo darla in sposa ad un uomo dell’età del padre, non l’avrebbe mai sopportato. L’unico giovane che c’era del suo ceto sociale era appunto Frederic Rockwood. A Jason non piaceva un granché, ma sapeva che quel ragazzo amava la figlia, e Susan ormai era già entrata nell’età per sposarsi.

E lui prima di morire avrebbe voluto stringere nelle sue braccia un nipotino.

Dalla sua camera poteva vedere dall’altro i suoi campi e tutti i suoi dipendenti all’opera, e da lontano li sentiva cantare. Adorava sentirli cantare, sapeva così che erano felici e non temeva che ci fossero problemi. Sulla sedia vicino al letto, c’erano i vestiti che avrebbe indossato quel giorno così meraviglioso. Una camicia bianca con i bottoni d’oro, una giubba blu, e dei pantaloni neri, che avrebbe infilato negli stivali da cavallerizzo. Con delle semplici scarpe si sarebbe sporcato nel fango dei campi, mentre avrebbe fatto il suo solito giro d’ispezione, e per chiedere ai suoi dipendenti come stavano e se c’erano dei problemi.

Uscì dalla sua stanza, e passando per scendere nella sala da pranzo per la colazione, passò davanti alla camera della figlia.

“Perché non svegliarla ora” si disse “così faremo colazione insieme”.

Così bussò. Nessuna risposta. Bussò per la seconda volta e per la seconda volta non ebbe risposta.

“Starà ancora dormendo, ieri è stata una serata dura per lei.”

Così aprì la porta piano, e nel buio della camera non si accorse del letto vuoto.

“Buon giorno principessa è ora di far vedere al mondo i tuoi bellissimi occhi verdi!” e dicendo così scostò tutte le tende e aprì tutte le finestre per fare entrare la luce del sole.

Il sorriso che aveva stampato sulle labbra, svanì in pochi secondi, quando si voltò e si accorse del letto vuoto.

Non riusciva a capire cosa fosse successo. Si domandò se si fosse già alzata, ma il letto era completamente fatto, non aveva dormito li quella notte. Il suo cuore incominciò a palpitare dall’ansia. Dov’era Susan? Incominciò a cercare in giro segni del suo passaggio, qualsiasi cosa, vestiti messi a caso in giro, in caso si fosse cambiata in fretta per uscire presto alla mattina. Guardò fuori dalla finestra per vedere se la ragazza fosse vicino alle stalle intenta a spazzolare Black. Invece niente. In preda al panico si avvicinò allo scrittoio e notò una busta indirizzata a lui. L’aprì, con le mani tremanti.

 

Caro padre,

  in vista del mio futuro matrimonio, ho deciso di andarmene.

So che questo ti darà un enorme dispiacere, ma la tua decisione mi ha fatto davvero male. Sai benissimo che Frederic non mi è mai piaciuto, come hai potuto darmi in sposa a lui? Non credo che la mia vita sarebbe passata all’insegna della felicità con lui. Tu hai provato la gioia di un matrimonio d’amore, con la mamma hai passato una vita meravigliosa. Come hai potuto costringere tua figlia a sposare un uomo che non ama, ma che soprattutto odia?

Non cercarmi, probabilmente quando leggerai questa lettera io sarò già lontana.

Senza dubbio mi mancherai da morire, mi mancherà tutto di te, chi mi sveglierà alla mattina come hai sempre fatto? So di averti dato un enorme dispiacere, ma per favore, non cercarmi.

La mia vita ormai ha preso un’altra piega.

Ti voglio bene, come non ho mai voluto a nessuno, sei l’unica persona che mi lega a questo posto, ma questa isola per me non è più “casa mia”.

Ti stringo calorosamente e ti bacio,

                                                                      tua figlia

                                                                       Susan

 

 

Gli occhi di Jason si riempirono di lacrime di rabbia e dolore.

Non avrebbe mai immaginato che sua figlia, la persona che amava più della sua stessa vita, l’avrebbe abbandonato così. Nella lettera lo rimproverava del fatto che aveva deciso il suo futuro. Ma quale futuro avrebbe aspettato lui? Senza la figlia si sentiva perduto.

Con la rabbia che gli montava dentro, strinse la lettera nel pugno, e corse verso le cucine, dove avrebbe sicuramente trovato Gyadil, e lei sapeva sicuramente dove stava Susan.

Corse giù per le scale, rischiando anche di cadere, dall’impeto della corsa.

Giunto davanti alle cucine, spalancò la porta come fosse un pazzo, e vedendo Gyadil seduta davanti al fuoco, si diresse verso di lei, con passo veloce, guardando il suo viso tremendamente spaventato.

La donna non fece in tempo ad alzarsi, che si ritrovò con le mani del padrone strette alla sua gola, mentre la buttava contro al muro di pietra della cucina.

Con gli occhi iniettati di sangue, la intimò di dire dove era Susan.

“Non lo so giuro, ieri dopo la cena, ero talmente distrutta dalla serata che sono subito andata a dormire…per favore.. così mi fa male!” disse, mentre con le unghie cercava di togliere quelle mani così forti dal suo collo.

“Non è vero, Gyadil! Tu sai dov’è Susan! Non mi tradire così o sarò costretto a farti arrestare!”

Gli occhi neri della donna si riempirono di lacrime, e l’aria incominciò a mancarle.. l’uomo che aveva sempre visto tranquillo e amorevole con lei, la stava uccidendo con solo le sue mani.

“Ti prego.. Jason..sto soffocando.. lasciami andare.. giuro che non so dove sia Susan.. lasciami..”

Jason, si accorse che stava stringendo troppo, in effetti la stava strozzando, e quella traditrice gli serviva viva. Così lasciò la presa.

L’ aria entrò nei polmoni di Gyadil come pugnali di ghiaccio, era come se respirasse per la prima volta, e l’ossigeno bruciava mentre riprendeva fiato, appoggiata con una mano al tavolo di legno della cucina, mentre con l’altra si accarezzava il collo. Si avvicinò ad un piccolo specchio sopra ad una bacinella che serviva per lavarsi le mani, per controllare l’entità del dolore che provava. E vide che i segni delle dita strette sul suo collo erano di un rosso violaceo. Sicuramente quei segni non sarebbero spariti in fretta.

Ancora pieno di rabbia, si avvicinò alla tata, la girò violentemente, e sventolandole la lettera sotto al naso chiese:

“Te lo chiedo per l’ultima volta, e spero per te che mi dica la verità.. dov’è mia figlia!” i suoi occhi dardeggiavano mentre scandivano la domanda.

Gyadil, per la prima volta nella sua vita, aveva paura del suo padrone, ma non poteva tradire la fiducia di Susan.

Così, costringendosi di risultare più convincente possibile, lo fissò negli occhi.

“E io per l’ultima volta ti rispondo che non lo so!”.

Jason sentendosi preso per i fondelli, la fissò per un attimo con gli occhi sgranati e pieni di lacrime, e le assestò un sonoro schiaffo. Gyadil, presa di sprovvista, accusò il colpo e andò a sbattere con l’altra metà del viso, sullo specchio, che andò in mille pezzi per terra e sulla sua guancia, causandole tanti piccoli tagli che bruciavano.

In lacrime incominciò a sciacquarsi il viso tumefatto, e l’acqua della bacinella si riempì del suo sangue. Prese uno straccio appeso al muro e si sedette al tavolo, raggiunto barcollando.

Jason si accorse solo ora, guardando Gyadil, dell’enorme male che le aveva provocato, e si avvicinò per chiederle scusa, ma la donna si scostò, come se lui avesse la peste.

“Come hai potuto, Jason..sai benissimo che se sapessi dov’è Susan, te lo direi senza pensarci sopra due volte. Ma come ti ho già cercato di dire, non lo so..” disse, guardandolo negli occhi.

Solo in quel momento crollò. Come aveva potuto fare una cosa del genere alla donna che aveva cresciuto così amorevolmente la figlia, e che lo aveva sempre servito così dolcemente?

“Gyadil…io.. io..” e scoppiò a piangere accovacciato sulle sue ginocchia, come un bambino che chiede perdono alla mamma dopo aver fatto un disastro. La donna, capendo il suo dolore, appoggiò una mano tremante sulla testa del padrone, che non avrebbe mai immaginato di vedere in quelle condizioni.

“Jason, sai benissimo che tua figlia ormai è una donna.. probabilmente dopo la decisione che hai preso si è sentita tradita dal suo stesso sangue, e non riuscendo ad accettarlo, è scappata.. vedrai che tornerà, presto o tardi la vedremo risalire quel viale, in groppa a Black.” E lo disse così convinta che quasi ci stava credendo anche lei. Ma nel suo cuore sapeva che non l’avrebbe più rivista, e il magone stava salendo su per la gola dolorante.

Senza accorgersene le lacrime le scesero sopra i tagli sulla guancia, bruciandoli. Il dolore che stava provando dalle botte prese, non era nulla in confronto al tradimento che aveva fatto, ma dall’altro canto amava Susan, e non poteva rivelare Jason dove la figlia era in realtà.


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Date: lunedì, 10 aprile 2006
Time: 09:42
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Capitolo 5

Tenendo d’occhio il sole che saliva dal mare, illuminando di giallo e rosso, il cielo ancora parzialmente stellato e scuro, spinse Black in una folle corsa verso al terzo molo sulla sinistra, dove Dana le aveva detto che era ormeggiata la nave. In lontananza vide una lunga fila di uomini con le loro sacche sulle spalle, intenti a fare brevi colloqui con un uomo, seduto ad un grezzo tavolo di legno, vicino alla passerella che portava alla nave.

Raggiunse in poco tempo il pontile, e legò Black insieme agli altri cavalli, che sarebbero saliti a bordo una volta che i loro padroni sarebbero stati accettati sulla nave.

L’immagine che si stagliò davanti a Susan, era quasi fuori dall’immaginazione umana: un enorme galeone di legno scuro, dondolava sopra le piccole onde mosse dal vento mattutino. Le vele bianche erano abbassate, e si muovevano a ritmo del vento. Sulla prua c’era il simbolo della nave, un unicorno d’oro, bloccato nel gesto di un salto. La bocca aperta e le zampe gli davano un’espressione di forza mista a rabbia, che trasmise a Susan un brivido sulla schiena e la pelle d’oca. Lesse il nome della nave sul fianco, scritto con lettere d’oro: L’Unicorno. Sul lato che riusciva a vedere, c’erano delle finestrelle di legno, probabilmente nascondevano dei cannoni per difendersi dai pirati, dipinte a scacchi, blu e oro, era una fila di sei finestre, probabilmente anche dal lato opposto ce n’erano altre sei. Degli uomini erano già intenti a preparare la partenza, facendo strada ai nuovi arrivati, sotto al ponte, dove probabilmente c’era il posto dove lasciare i bagagli e i giacigli dei marinai. Altri gridavano ordini per incominciare a preparare le vele, altri ridevano a squarciagola, mentre passavano un grosso spazzolone sul ponte.

Poi guardò le persone che erano in fila.

C’era di tutto, uomini grossi e pesanti, ragazzini con buone probabilità più piccoli di lei, ma anche anziani, probabilmente con la voglia dell’ultima avventura. C’era a chi mancava un occhio, chi aveva un sorriso sdentato.

Poi guardò chi c’era seduto al tavolo, vicino alla passerella. Era un uomo davvero grande, in tutti i sensi. Le spalle erano larghissime, e la camicia arrotolata fin sopra al gomito, sembrava esplodere sotto lo sforzo di tenere coperti i muscoli del petto. Aveva una barba bianca incolta, la pelle bruciata dal sole, e qualche cicatrice che risaltava sull’abbronzatura del volto. Gli occhi piccoli, di un azzurro così vivido e chiaro, spuntavano da sotto le folte sopracciglia, bianche anche loro. I pochi capelli che gli rimanevano, ricadevano sulle spalle, in piccoli riccioli. L’espressione era buona e paciosa, quasi divertita da tutta quella gente accorsa alla sua richiesta, soprattutto sorrideva agli uomini che potevano avere più o meno la sua età, una quarantina, forse di più. Lo vide fare delle domande all’uomo davanti a se, ridere così a voce alta che alcuni gabbiani volarono via spaventati, e accogliere quell’uomo sulla nave, con una poderosa stretta di mano.

Con i ragazzini era un po’ più duro, li teneva davanti a se molto più tempo, li squadrava e sorrideva meno. Vide che mandò via un ragazzino, troppo magro e troppo debole per affrontare un viaggio del genere. Susan si guardò un po’, tra poco sarebbe toccato a lei, parlare con quell’orso. L’uomo davanti a lei se ne andò, scocciato e arrabbiato e lo sentì bofonchiare “solo perché mi manca un occhio, non ci posso credere, solo per l’occhio.. ma io ci vedo benissimo!” .

Appoggiò davanti a se la piccola sacca che si era portata, con dentro qualche libro e qualche vestito di ricambio che aveva trovato nella cesta, e aspettò che l’uomo le facesse qualche domanda. Però lo vide alzarsi, chiamare qualcuno e tornando indietro le disse:

“Adesso arriva il secondo in comando, ora il capitano deve andare a sistemarsi per il grande discorso!” e con una fragorosa risata se ne andò.

Susan rimase li, un po’ allibita, e mentre aspettava il secondo in comando, si voltò per guardare l’ultima volta il panorama, appoggiandosi con le natiche sul tavolo e incrociando le braccia sul ventre. Non si accorse dell’arrivo del secondo in comando, se ne accorse solo quando lui le punzecchiò con la punta della penna d’oca il sedere.

Susan si voltò di scatto, stupita, e si ritrovò davanti un ragazzo, forse con due anni in più di lei, alto, molto alto, con le spalle larghe quanto quelle del comandante, i lunghi capelli neri come la pece raccolti in una coda, e gli occhi dello stesso azzurro del comandante, così grandi che sembravano due zaffiri splendenti, sulla pelle nera dal sole.

“Il comandante, mi ha detto che c’era l’ultimo temerario da sottoporre alle domande, bene vediamo” e sbuffando si sedette sullo sgabello, dietro al tavolo.

“Nome?” e fissò gli occhi di Susan. In quell’istante le stava per venire da dire Susan, ma schiarendosi la voce, e impostandola un po’, rispose:

“Peter Trueman”

“Ti avevo chiesto solo il nome, del cognome non m’importa, tanto meno al comandante. Comunque, cosa sai fare?”

“Odioso”, pensò la ragazza “tanto bello quanto antipatico”.

“Posso esservi utile di vedetta, signore. Riesco a distinguere un falco lontano mille chilometri da qui, e so orientarmi nella notte, guardando le stelle. So leggere e scrivere.”

“Ma non hai mai lavorato duramente” disse, un po’ scocciato, guardando le mani perfette e lisce di Susan, indicandole con la piuma della penna.

Colta alla sprovvista, non seppe che rispondere e si inventò una storia.

“Bhe, vede signore, mia madre è stata molto malata, ed essendo il più piccolo in famiglia, mi hanno messo vicino a lei per accudirla. Purtroppo è morta da poco tempo, e non volendo rimanere qui a vita a zappare la terra con i miei fratelli, ho scelto di venire qui ad arruolarmi.”

“Se ti vuoi arruolare, hai sbagliato nave, devi andare dalla Marina. Che a differenza loro, noi stiamo cercando uomini coraggiosi per affrontare un lungo viaggio.”

In quel momento, Susan vide ritornare il comandante, con un passo veloce e deciso.

“Allora Tom, quanto ci metti a far salire ‘sto ragazzo a bordo!”

“Papà, non so, non sono convinto..dice di saper distinguere un falco a mille chilometri di lontananza, ma ci sarei già io di vedetta. Poi non ha mai lavorato, guardagli le mani..non so, tu che dici?” disse guardando il padre.

Lui ci pensò un attimo poi rispose:

“Ma sì, un paio di occhi giovani in più in coffa, non fanno mai male no? E poi può sempre imparare qui a lavorare, non credi? Forza ragazzo, sali a bordo! E tu, Tom, fagli vedere il suo posto dove lasciare le cose!” e così corse su per la passerella, lasciando i due ragazzi soli. Susan si voltò a guardare Tom, un po’ scocciato dall’euforia del padre.

“Non capisce che questo viaggio può essere pericoloso, lo sta prendendo come una scampagnata!Non ha più l’età per certe cose eppur.. Non capisco dove prenda tutta questa felicità. Comunque, piacere io sono Tom Clancy, benvenuto sull’Unicorno, da sempre la mia casa. Adesso aiutami a portare sulla nave il tavolo e lo sgabello, almeno incominci a mettere su un po’ di muscoli!” e sorridendo diede a Susan una bella pacca sulla schiena, facendola barcollare per un istante. L’aiutò ben volentieri, e quasi subito tra di loro nacque l’intesa. Mentre stava scendendo sotto al ponte, per vedere dove avrebbe dormito da li a per sempre, sentì nitrire Black, molto spaventato e arrabbiato. Corse subito sul ponte, seguita da Tom, e affacciandosi al parapetto, vide che un marinaio appena assunto, lo stava tirando di forza verso la nave, dandogli a volte qualche sonoro pugno sulla testa. Lo sentiva imprecare, dandogli dello stupido e figlio di buona cavalla. Susan, tremendamente arrabbiata per quel comportamento così incivile, corse giù per la passerella, sempre seguita da Tom, e giungendo alle spalle del marinaio, d’istinto gli tirò un pugno sulla schiena. Il marinaio preso di sorpresa mollò le redini, e si accovacciò per terra per il dolore. Intanto dal ponte si erano affacciati tutti, compreso il capitano. Alcuni marinai incominciarono a fare scommesse su chi avrebbe vinto lo scontro.

“Due monete d’argento sul vecchio”

“Ma no, non vedi che barcolla? Probabilmente è già ubriaco..io ne scommetto tre sul ragazzino”

“E poi sarebbe lui che sbaglia a scommettere? Il vecchio barcollerà anche, ma è più forte e più grosso del giovane, io ne scommetto altre due sul vecchio!” e così, chi avrebbe scommesso sul vecchio, avrebbe vinto un bel gruzzolo.

“Forza Black, non avere paura, adesso ti porto io sulla nave, non succede niente, bello, non succede niente” disse Susan, accarezzando il muso e la testa del cavallo, dove il marinaio gli aveva tirato i pugni.

“Lurido bastardo, cos’è, vuoi già fare bella figura sul capitano, per rubare il lavoro a me?” disse il marinaio alzandosi da terra, col pugno già chiuso, pronto a scagliarsi sulla ragazza. Lei lo fece caricare come un toro infuriato, ed essendo più agile e scattante di lui, si spostò all’ultimo per evitare il pugno, e con entrambe le mani chiuse, assestò un altro colpo sulla schiena del malcapitato.

“Questo è il mio cavallo, capito? Il mio! E nessuno, dico, nessuno ha la libertà di pestarlo! Chi è un lurido figlio di cavalla qui, sei tu mio caro! I cavalli sono bestie nobili, e se sentono la crudeltà o malvagità in una persona, mai si fanno portare via. Ci vuole pazienza con loro!” e girandosi verso Black, riprese a tranquillizzarlo, e ogni cavallo, che fino a quel momento calpestava gli zoccoli a terra, in preda al nervosismo, si calmò, pronti a seguire Susan.

Tom era allibito. Un ragazzino così magrolino, con tutta questa forza nelle mani e nel carattere. Aveva sbagliato a reputarlo debole, avrebbe fatto sicuramente una grande amicizia con lui. Intanto il capitano, Jon, era sceso portando con se la sacca del marinaio, e sbattendogliela in faccia con una forza davvero bruta, lo intimò a tornarsene a casa, che un uomo come lui non lo voleva a bordo della sua nave.

Così Susan, si dovette mettere subito alla prova, con la sua nuova identità e il suo nuovo spirito, ma soprattutto con la sua nuova vita. Fu accolta sul ponte da sguardi increduli e qualche risata, altri la guardarono malissimo, e Tom, salito dopo di lei, le assestò un'altra pacca sulla schiena dicendole “ottimo lavoro” e sorridendo incominciò a dare ordini con l’aiuto del padre, ai marinai, e in poco tempo Susan vide allontanarsi, sotto al sole cocente del primo mattino, l’isola dove aveva sempre vissuto. Una lacrima le scese, vedendola allontanarsi, ma subito si riprese, aveva ben altre cose a cui pensare, e voltandosi sorrise a Tom.


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Date: venerdì, 07 aprile 2006
Time: 15:51
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Capitolo 4

Giunta nel buio della stalla, legò Black al suo posto, era così stanco che i muscoli gli tremavano dallo sforzo.

Susan si arrampicò per l’ennesima volta sul suo albero per raggiungere la finestra della camera, e con gioia vide che Gyadil si era addormentata sulla poltroncina vicino allo scrittoio, e in mano stringeva un fazzoletto, probabilmente aveva pianto così tanto da addormentarsi. Infatti quando Susan la toccò per svegliarla, sobbalzò un po’ spaventata, e aveva gli occhi talmente gonfi che non riusciva quasi a tenerli aperti.

“Sei tornata.. ma perché quel sorriso? Eri così disperata prima, e ora…” e la guardò con lo stesso sguardo di un bambino piccolissimo,  che non capisce ancora il mondo come gira.

“Tata, ho bisogno del tuo aiuto, devi aiutarmi, se dici di amarmi così tanto” e prese a tirare fuori dall’armadio vestiti alla rinfusa, ma senza trovare nulla  che la potesse aiutare a diventare un ragazzo. Prese dal cassetto della scrivania, un paio di forbici d’argento, di quelle che usava per il cucito, e le gettò in grembo alla tata.

“Non capisco cosa vuoi fare, Susy. Cosa sono queste forbici, perché cerchi cose nel tuo armadio, spiegami, non capisco”.

Allora la ragazza prese le mani della tata i inginocchiandosi davanti a lei, disse:

“Devo scappare, Dana mi ha detto che il comandante di una nave sta cercando marinai nuovi da portare con se in Africa. Si lo so, è un viaggio lunghissimo e pericoloso. Ma preferirei affrontare il mare che andare in sposa a quel Rockwood! Ti prego, Gyadil, aiutami. Tagliami i capelli, fasciami il petto, e procurami vestiti smessi di mio padre o della servitù. Devo sembrare assolutamente un ragazzo.” E detto questo si alzò ancora, cercando disperatamente di togliersi quel poco trucco che le rimaneva in faccia.

Gyadil, scossa da quella richiesta fissò a terra.

“No.. mi spiace piccola, ma no.” Disse con un filo di voce, come se fosse sul punto di morte.

Susan rimase congelata. Come no? Proprio da lei, che si aspettava dicesse di si.. che l’aiutasse. La donna che l’ha cresciuta come una madre, le ha detto no. Potrebbe sembrare il capriccio di una bimba, ma il carattere forte e deciso di Susan non le avrebbe mai permesso di arrendersi al quel destino orrendo, diventare la signora Rockwood..le vennero i brividi solo a pensarci.

Così, senza pensarci, strappò dalle mani di Gyadil, le forbici e davanti allo specchio cominciò a tagliarsi alla rinfusa ciocche dei suoi lunghi capelli rossi.

La tata balzò in piedi, e con uno scatto blocco la mano di Susan da dietro, e la fissò per un istante, tramite lo specchio. La fissò così intensamente, che capì che la ragazza non stava affatto scherzando, che voleva davvero scappare dalla sua famiglia, abbandonare lei e suo padre. Cosa le avrebbe fatto Jason, quando avrebbe scoperto che la figlia era sparita? Probabilmente l’avrebbe licenziata, o picchiata, anche se non l’aveva mai fatto in 20 anni di servizio, ma la perdita di una figlia può fare questo e altro. Pensò a quello che l’avrebbe aspettata, ma poi immaginò la vita di Susan, insieme a quel viscido uomo di Frederic, obbligata ogni notte ad assolvere i doveri coniugali, mettere al mondo i figli di quel verme senza cuore. Prese a tagliare, così, i capelli di Susan, estremamente sollevata dell’aiuto della tata. Gyadil, non disse nulla, fino all’ultimo capello caduto sul tappeto della stanza.

Susan si guardò allo specchio. Non era lei. Quello che vide nello specchio era un giovane ragazzo. Forse di viso sì, ma mancava ancora qualche cosa. La tata sparì per pochi minuti, e quando tornò,portava con se un cesto pieno di quello che potevano sembrare stracci, invece erano i vestiti smessi della servitù, e qualche tenda vecchia, fatta a pezzi come bende.

Si avvicinò a Susan, e con gli occhi lucidi le chiese di togliersi la camicia. Il seno della ragazza non era molto prosperoso, e in poco tempo, lo fasciò stretto, in modo da sembrare il petto di un ragazzo. Le passò una camicia da uomo, un po’ logora, con qualche pezza o cucitura alla buona, con dei piccoli bottoni di madreperla. Susan la indossò, veloce. Poi guardò nella cesta, e trovò un paio di pantaloni neri, un po’ corti per le sue gambe lunghe e snelle, infatti l’orlo le arrivava un po’ sopra alle caviglie. Indossò un paio di calzini bianchi, e delle scarpe da uomo con delle piccole fibiette d’argento, un po’ troppo larghe per il suo piede femminile. Si guardò per l’ultima volta nello specchio e quello che vide poteva sembrare il suo alterego maschile: capelli cortissimi, spettinati, pelle un po’ bruciata dal sole, che la rendeva ancora più scura di quello che era in realtà, occhi grandi e verdi, e vestita da sembrare davvero un contadino pronto alla sua nuova avventura. Con un grande sorriso, si mise a scrivere una lettera, che avrebbe lasciato appoggiata li, sullo scrittoio.

“Bene” disse “questa è la lettera che dovrà trovare mio padre domani mattina al mio risveglio. Se dovesse chiederti qualche cosa, fai finta di nulla, di non sapere niente. Che eri talmente turbata e stanca dalla serata che ti eri subito coricata a letto.” E sorrise. Un sorriso un po’ insicuro, avrebbe voluto portare con se anche Gyadil.

Poi la guardò, e disse con la voce impostata, da sembrare un ragazzo:

“Io sono pronto, da oggi in poi mi chiamerò Peter Trueman, un povero ragazzo senza famiglia, pronto a solcare il mare”.

La tata si avvicinò a Susan, l’abbraccio e senza dire nulla, l’aiutò a sistemare tutto, a pulire il pavimento dai capelli tagliati, e a rimettere in ordine la stanza. L’ultimo saluto era giunto, e abbracciandola, Susan sentì Gyadil tremare e piangere. Le alzò il viso e la baciò sulla fronte, teneramente, come figlia e madre.

“Non ti dimenticherò mai, Gyadil, lo sai questo, vero? Ti scriverò, ma non so se le mie lettere arriveranno fino a qui, ma io ci proverò, magari qualche nave postale si vedrà in giro, no? Sarai sempre con me, e mai dimenticherò il tuo dolce viso.” Gyadil non sapeva che dire. Tante parole le giravano in mente, era così incredula che quella ragazza aveva preso una decisione tanto ardua, che non sapeva cosa dire.

L’abbracciò ancora

“Ti prego, stai attenta.” Furono le uniche parole che le vennero in mente, tremendamente stupide in quel momento.

Il sole stava per nascere dalle viscere del mare, e con grande velocità, Susan scese per l’ultima volta da quell’albero a lei tanto caro e si diresse nelle stalle, a chiedere per l’ultima volta a Black, l’ennesima corsa al porto.

Gyadil intanto soffiò per l’ultima volta sulle candele che illuminavano la stanza di Susan.


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Date:
Time: 09:09
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Capitolo 3

 Arrivò alla sua locanda, “L’oca dipinta”.

Era il suo posto preferito, solo li poteva essere se stessa. Conobbe quel luogo quando Susan aveva solo sedici anni, in occasione di una fuga da casa dopo una litigata col padre. Dana, la locandiera, l’aveva sempre accolta come una figlia, aveva sempre il consiglio giusto per quelle occasioni, perché sapeva benissimo che quando quella bellissima ragazza faceva capolino nella sua locanda, voleva dire che aveva un problema. Non l’aveva mai evitata per via del suo ceto sociale, perché a differenza dei forestieri che andavano da lei ogni sera, Susan si era dimostrata semplice e modesta, non ostentava mai la sua ricchezza.

Appena aprì la porta di legno della locanda, Susan fu investita dal tipico odore a lei così familiare, che amava così tanto: sigari, tabacco, birra fermentata, alcolici di ogni tipo, soprattutto il rum, grida e risate. Ogni uomo o donna che era li dentro, era bruciato dal sole, ubriaco e felice, tutti sormontati dalla perenne nebbia creata dai tanti fumatori di sigari e pipe che si ritrovavano in quel posto.

La salutarono tutti, alzando i calici di birra o i bicchieri di vino. Era amata tutti, conosciuta e apprezzata.

Si avvicinò al bancone di legno, senza dire nulla, tanto Dana sapeva benissimo che cosa avrebbe preso. Infatti la donna le avvicinò in piccolo boccale di birra, Susan non esagerava mai, le piaceva sorseggiare piano quella bevanda.

Si asciugò le labbra con la manica della camicetta, e fissò negli occhi la locandiera, e solo in quel momento, quando vide il grande sorriso di Dana, scoppiò a piangere come una bambina, singhiozzando e nascondendo il volto tra le mani sottili.

Dana spaventata fece il giro del bancone, e l’abbracciò, tra le sue grosse braccia, e le accarezzò la testa, baciandola a volte, dondolandosi piano, portando con se il corpo di Susan, come quando una mamma culla il proprio bambino spaventato da un temporale.

“Bella, tesoro, cosa succede? Racconta tutto alla tua Dana, eh?”

Susan, sempre singhiozzando, raccontò tutto, la decisione del padre, il dolore che aveva provato a sentire quelle parole, che mai avrebbe pensato avrebbe sentito uscire dalla bocca del padre, del fatto che mai e poi mai avrebbe voluto sposarsi con Frederic poi.. e soprattutto non così presto.

Dana ascoltò tutto con pazienza, asciugando a volte gli occhi della ragazza, o porgendole un fazzoletto per farle soffiare il naso.

“Cosa devo fare Dana, non voglio sposare quel.. quel.. mostro! Ma dall’altro canto non posso evitarlo, non posso fare questo torto a mio padre. Devo accettare il mio destino. Sono venuta a salutarti per l’ultima volta amica mia, mi mancherai così tanto..” e riscoppiò a piangere, appoggiandosi al voluminoso petto della locandiera.

“E ‘ questa la Susan che conosco io? E’ questa la ragazza temeraria che ho conosciuto tre anni fa? No, non credo.. la Susan che conosco io non si arrende davanti a niente! Preferirei morire piuttosto che vederti sposata con quel verme! Ascolta, tesoro mio, ho sentito dire in giro che c’è il capitano di un galeone attraccato qua fuori, che sta reclutando marinai per un lungo viaggio verso l’Africa. Ha intenzione di scoprire miniere d’oro e diamanti in quella terra lontana. Vai, scappa, arruolati su quella nave! Non andare verso quel matrimonio che ti renderà come morta..” e accarezzando il viso bagnato dalle lacrime di Susan, l’alzò verso il suo, per sorriderle guardandola negli occhi, quei profondi occhi verdi, annebbiati dalle lacrime e dal dolore.

In un istante però cambiarono espressione, si illuminarono, ma tornarono quasi subito tristi.

“Dana, ma come faccio, sono una donna, non accetteranno mai una donna a bordo, sai cosa dicono i marinai no? ‘ donna a bordo, pericolo profondo’. Non mi prenderanno mai”.

“Forse una splendida ragazza dai capelli lunghi e rossi e con curve sinuose no, ma un ragazzino temerario e sprezzante del pericolo si. Facendo qualche aggiustatina al tuo aspetto.. sai com’è no? L’apparenza inganna!” e le fece un occhiolino d’intesa. Dana infatti, ai tempi della sua giovinezza, era riuscita a sfuggire alla pena di morte (aveva rubato parecchie volte) fingendosi una malata di peste, avvolgendosi in un manto nero per nascondere il viso, era riuscita a scappare alla morte così, e giunta su quell’isola ere riuscita a costruirsi una vita nuova.

Susan capì al volo cosa intendeva dire Dana, e le chiese, così veloce che la locandiera non capì subito e la costrinse a ripetere la domanda

“A che ora partiranno? Dov’è attraccata la nave? Dai dimmelo!”

“Al terzo molo sulla sinistra, all’alba alzeranno l’ancora, credo verso le cinque. Corri a casa Bella, preparati, e lascia quest’isola il più presto” e con un profondo bacio sulla fronte la salutò appena in tempo, perché Susan corse subito fuori dalla locanda, slegò in fretta e furia Black, e al galoppo, spingendo fino allo stremo la velocità e la forza del suo cavallo, raggiunse subito quella casa che, se tutto sarebbe andato come i piani, non avrebbe mai più visto in vita sua. Il pensiero del padre che avrebbe scoperto al suo risveglio il letto vuoto della figlia non la spaventò o preoccupò minimamente, era quello che si meritava, per aver preso quella decisione orribile.


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Date: giovedì, 06 aprile 2006
Time: 10:23
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Capitolo 2

Susan si appoggiò coi gomiti sul davanzale della finestra, e guardò il mare in lontananza, il porto e tutte le navi attraccate ai moli. Quasi tutte appartenevano alla Marina Britannica, arrivati fin li per controllare e amministrare la giustizia in quell’isola sperduta, per via anche di piccoli proprietari terrieri inglesi che cercavano fortuna, così lontano dalle loro case. Altre navi appartenevano agli ospiti della cena, altre più piccole ai pescatori, e altre ancora a persone non conosciute, arrivate li per caso. Marinai che tentavano la fortuna in giro per il mondo,probabilmente, ma anche pirati forse. La fantasia di Susan galoppò, in battaglie in pieno mare, tesori da scoprire..

Il sole stava calando, e una splendida serata con un cielo stellato si faceva strada. Susan non se n’era neanche accorta del tempo che passava, fantasticando su una possibile vita lontano da tutte quelle noiose cene di lavoro del padre, o il lavoro di contabilità che ogni tanto faceva per lui, da solo a volte non riusciva a stare dietro a tutti i contadini o operai che erano al suo servizio.

“Bella, ora è tempo di prepararsi” disse Gyadil, appoggiata allo stipite della porta della camera della ragazza. Si era fermata a guardarla, con gli occhi che avrebbe avuto una madre in quei momenti.

Con un cenno della testa, Susan acconsentì a sottoporsi a quella tortura del vestirsi bene, toilettatura e ingioiellamento, per apparire al meglio agli occhi degli ospiti illustri che avrebbero cenato con loro, e deturpato la tranquillità familiare che ha sempre regnato nella sua casa.

La tata prese a pettinarle i lunghi capelli rossi, un po’ ricci, ereditati dal padre. Con dei nastri rossi le fece una splendida pettinatura, una coda alta sulla nuca, cercando di rendere quei capelli ribelli come la ragazza, un po’ più decenti, facendoli diventare dei perfetti boccoli.

Tirò fuori dall’armadio il vestito perfetto per quella serata, una gonna bellissima, di raso rosso, il corpetto rosso anch’egli, con dei nastri di velluto.

Prese a stringere quei nastri, sulla vita magra della ragazza, allacciandoli dietro in un grande e perfetto fiocco. Era perfetta in quell’abito. Con somma soddisfazione per l’ottimo lavoro, Gyadil sorrise e fece largo a Susan.

“Gli ospiti ti stanno aspettando, cara”.

Susan scese le scale che portavano nell’enorme sala da pranzo, con un tavolo lunghissimo di ebano, apparecchiato a festa, con così tanto cibo che si era chiesta come avrebbe fatto a buttarlo giù, con quel corpetto così aderente allo stomaco. I lampadari di cristallo brillavano alla luce delle innumerevoli candele accese, per illuminare al meglio i commensali. I tanti camerieri e cameriere erano in piedi, uno accanto all’altra su tutto il perimetro della sala, pronti ad esaudire ogni capriccio o desiderio degli ospiti e dei padroni di casa.

Al suo arrivo, tutti si alzarono per salutarla, e Jason, con il tipico affetto e orgoglio paterno presentò la figlia, allargando le braccia, come se fosse il presentatore di chissà quale meraviglioso spettacolo teatrale.

“E lei signori è la mia splendida figlia, Susan”. Lei odiava quando il padre faceva così, si sentiva solo un oggetto, un qualcosa che il padre amava far vedere ai propri amici o colleghi. Un trofeo quasi. Nonostante la sua poca voglia di essere presente a questa cena, che sarebbe tramutata in una delle tipiche cene di lavoro, sorrise come può sorridere una ragazza, felice di essere li, con molta educazione.

Si sedette al fianco del padre, in mezzo ad una signora, tremendamente sudata, ovviamente non abituata a quelle temperature, e così grossa che Susan fece quasi fatica a sedersi, e dall’altra parte il marito della signora, anch’egli accaldato e un po’ meno grosso della moglie. Susan sorrise ai vicini, con un po’ di timido fastidio. Si guardò un po’ attorno, per vedere se avrebbe riconosciuto qualche viso amico, ma si accorse che non conosceva nessuno, a parte quell’odioso ragazzotto, diventato generale della Marina grazie alle conoscenze del padre di Susan. Il nome di questo ragazzo era Frederic Rockwood. Susan non lo sopportava, prima di tutto per l’insistente corte che le faceva da quando l’aveva conosciuta la prima volta, quasi cinque anni prima, in secondo tempo per la continua frequentazione della tenuta, e terzo per il suo comportamento nei confronti degli abitanti dell’isola. Spesso e volentieri amava picchiare senza motivo i contadini, o adirittura, comandava che venissero fatte impiccagioni, senza motivo o sentenze giuridiche, in piazza, magari davanti a mogli, mariti o figli, ignari che un proprio parente sarebbe stato impiccato da li a pochi minuti. Si credeva il padrone dell’isola. Era quasi sempre li, a parlare con Jason, e lei non sopportava i grandi sorrisi del padre che faceva a quel ragazzo così orrendo, dentro e fuori. Così magro, alto e pallido che sembrava malato, con degli occhi piccoli e neri, senza espressione, un po’ viscido a volte. Susan l’odiava, si, e per lei era così difficile riuscire ad odiare qualcuno, andava sempre d’amore e d’accordo con tutti, ma con Frederic proprio non ci riusciva. Le ricordava in qualche modo le sanguisughe. Non riuscì a fare in tempo a distogliere lo sguardo da quel viso un po’ appicicaticcio del ragazzo, e fece in tempo a vedere uno di quei odiosi occhiolini bramosi e un sorriso così viscido che le fece venire i brividi.

La cena proseguì tra chiacchiere inutili di lavoro, sia del padre di Susan che degli ospiti che raccontavano della splendida vita tranquilla nel loro paese, Londra.

Susan non aveva mai visto la città natale del padre, se n’era fatta solo un’immagine nella mente. Una grande villa, immersa i un parco verde, il cielo sempre grigio e nuvoloso, una vita di feste noiose e cene. Almeno li c’era il sole e il mare, e gli innumerevoli amici della servitù che la ragazza amava così tanto. Ma soprattutto la libertà che lei sentiva nelle vene.

Giunti al momento del dolce, Jason strizzò l’occhio alla figlia, come per promettergli una grande sorpresa o chissà quale bellissimo regalo, e Susan non capì.

“Gentili ospiti, vi ringrazio di cuore per aver affrontato un viaggio così lungo e tedioso per raggiungermi in questa mia splendida tenuta. Spero soprattutto di non avervi annoiato con i mei racconti di lavoro” e qui scoppiò una sommessa risata dei commensali che Jason fermò con un piccolo cenno della mano, come se volesse allontanare una mosca fastidiosa.

“Ma non vi ho chiamato qui per farmi vanto dei miei poderi, ma bensì per rendervi partecipe della grande decisione che ho preso: presto la mia splendida figlia andrà in sposa al temerario Frederic, qui presente. Ho spesso visto in che modo si parlano e in che modo hanno fatto amicizia. Il nostro amico mi ha sempre detto quanto amasse la mia piccola, e ho ceduto a dargliela in sposa. Fra una settimana avverrà il matrimonio nella piccola chiesetta bianca in cima a questa collina, e vi invito a rimanere nella mia tenuta fino a quel meraviglioso momento, per festeggiare insieme lo sposalizio! Ora alziamo i calici e brindiamo al futuro matrimonio” e con un grande sorriso di intesa a Frederic alzò il bicchiere e bevve un grande sorso di vino rosso.

Susan si sentiva come se avesse ingoiato un masso. Era rimasta paralizzata, incredula della decisione del padre. Avevano sempre parlato di tutto, perché l’aveva tenuta all’oscuro di quella orrenda decisione? Perché soprattutto aveva deciso di darla in sposa a quel damerino da quattro soldi? Frederic si avvicinò per baciarle la mano e stringerla a se, ma Susan si alzò, come se fosse ipnotizzata, e senza guardare nessuno, tanto meno il padre, che fino a quel momento riteneva una delle poche persone in grado di capirla, disse con un filo di voce:

“Scusate, gentili ospiti, ma non mi sento affatto bene, credo di aver mangiato troppo poco e bevuto troppo, mi sento girare la testa e non vorrei rovinarvi la festa con la mia presenza, poco utile. Vi auguro una buona notte, io mi ritiro nelle mie stanze” ed evitando un bacio del fidanzato, si diresse quasi strascicando i piedi, verso la sua camere da letto.

Incredula Gyadil la seguì, in silenzio, non sapeva che cosa dire per consolare la sua bambina.

Una volta arrivata nella sua stanza, Susan scoppiò in un pianto senza scossoni di petto o senza minimamente un cenno di cambiamento del suo splendido viso, solo semplicemente le cadevano le lacrime.

“Oh piccola mia, io non sapevo..non immaginavo..ah, tuo padre… io ..io..” e Gyadil scoppiò a piangere, così dal nulla, disperata, come se fosse lei la vittima di quell’ingiustizia.

Come sotto shock, Susan si girò, l’abbraccio e chiedendole di aiutarla a spogliarsi, continuò a far cadere quelle lacrime, così amare.

“Gyadil, ho un favore da chiederti, vai a preparami Black, ti chiedo questo. Voglio andare per l’ultima volta alla locanda. Devo salutare tutti i miei amici.”

Gyadil che capiva a pieno la richiesta della ragazza, scese senza farsi vedere o sentire alle stalle. Gettò un piccolo sasso alla finestra di Susan, il segnale che sempre aveva fatto per aiutarla in una delle sue tipiche scappatelle al porto.

Susan si arrampicò giù per l’albero, vestita di una semplice camicia, dei pantaloni infilati in un paio di stivali neri, e i capelli legati in una semplice coda.

Senza dire niente saltò in groppa al cavallo e in una corsa sfrenata si lanciò per la strada che portava al porto. Il cielo stellato e la luna così piena e luminosa, facevano luce alla sfrenata corsa di Susan, che non si aspettava minimante di cosa il destino le stava per dare.


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Time: 10:22
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Capitolo 1

 Era una giornata di sole, splendida, e il caldo vento che portava con se l’odore del mare, accarezzava i capelli rossi di Susan, seduta sul ramo di un albero che faceva da ponte da camera sua al mondo in cui ogni tanto la ragazza si richiudeva, leggendo un buon libro. Niente le evitava di arrampicarsi su per quel ramo, nemmeno l’ingombrante gonna di seta verde o il corpetto così stretto che le faceva mancare il respiro, in fondo lei, non si sentiva per niente parte del mondo da cui arrivava. Il padre di Susan, infatti, era padrone di una grande tenuta di tabacco e cotone, in una piccola ma popolatissima isola del mare dei Caraibi, dove tutti conoscevano la sua ricchezza e popolarità. Jason Parkenton, il padre della ragazza, aveva trasferito quasi tutti i suoi beni dall’Inghilterra a quest’isola, dove incominciò la sua nuova attività e la sua nuova vita. Però perse purtroppo la moglie, Dolores, una donna del posto, alla nascita di Susan, quindi crebbe da solo la figlia, con l’aiuto della tata, Gyadil.

Susan quindi aveva lo spirito libero, il cuore caldo come la terra a cui apparteneva, e quei corpetti e quelle gonne così scomode, non le impedivano affatto di montare a cavallo, tirare con l’arco e arrampicarsi su per gli alberi della tenuta.

Mentre si godeva la brezza e il profumo di salsedine, sentì in lontananza i passi di Gyadil.

A differenza dell’immaginario popolare, Gyadil non era per niente la tipica tata, grassa e paciosa, ma bensì era molto magra, un fisico che a nessuno pareva quello di una donna di quasi sessant’anni, in effetti quegli anni non li dimostrava, ma i capelli grigi ne erano il segno.Sì, era dolce e gentile ma si faceva rispettare e temere in certe occasioni. Era totalmente convinta che la ragazza sarebbe diventata una perfetta donna nobile, con tanto di marito di ottima famiglia e tanti bei bambini. A volte Susan non se ne accorgeva nemmeno dell’arrivo della tata, ma fortunatamente questa volte si, se l’avrebbe vista ancora seduta su quell’albero sicuramente l’avrebbe fatto tagliare.

Così con un balzo felino, sgattaiolò nella finestra, l’accostò come la tata l’aveva lasciata prima, e con molta tranquillità si sedette sulla poltroncina di velluto, accanto allo scrittoio.

“Certo che sei proprio testarda Susy” le disse la tata spingendo la porta col il fianco per farsi largo col vassoio d’argento “ tuo padre è molto rammaricato”.

“Gyadil, lo sai che non sopporto che si intrometta così, nelle mie cose e nei miei pensieri. Insomma, non mi può obbligare a fare qualcosa che io non voglio!” rispose lei, fissando la donna con i suoi enormi occhi verdi. Sapeva benissimo che la tata avrebbe ceduto.

“Oh, insomma, certo che può..bhe, no non può, sei grande ormai, una signorina, ma è pur sempre tuo padre, e se ha organizzato questa grande cena evidentemente c’è un motivo, no?” disse appoggiando il vassoio col tè e i pasticcini sulla scrivania.

“Credi che sarebbe così temerario da rimandare indietro gli ospiti che arrivano dall’ Inghilterra perché sua figlia non ha voglia di fare questa cena?”

Girandosi, Gyadil, notò una cosa sulla spalla di Susan.

“E questa cos’è….Susan! ti sei arrampicata ancora sull’albero?” disse con un tono un po’ arrabbiato e scocciato, tenendo in mano una piccola fogliolina marrone, bruciata dal sole.

Alla ragazza piaceva tantissimo quando la sua tata si arrabbiava, perché in fondo sapeva che la donna non poteva arrabbiarsi più di tanto, che l’avrebbe perdonata subito. Quindi sfoggiò uno dei suoi sorrisi innocenti e continuò a fissarla con i suoi bellissimi occhi verdi. Gyadil, che adorava quegli occhi così vividi e lucenti sulla pelle mulatta della ragazza, sbuffò delicatamente e si mise in tasca la fogliolina.

“Per forza che nessun uomo che si rispetti voglia prenderti in moglie, sei un maschiaccio. Una ragazza con le tue fattezze a quest’ora sarebbe già bella che sposata da almeno due anni e con tre figli!” e un po’ scocciata la guardò.

Susan che non ci pensava minimamente a sposarsi, in fondo aveva appena compiuto i diciannove anni, pensava solo a leggere e a cavalcare il suo bellissimo cavallo nero, Black.

“Va bene, ho capito Gyadil, farò quello che mio padre chiede, ma non aspettarti che sia felice e contenta”.

La donna, sorridendo, baciò la fronte della sua piccola e riprendendo il vassoio ritornò in cucina, lasciando sola Susan. La tata non ha mai avuto figli, e riponeva in Susan tutte le speranze che una madre possa riversare nella propria prole.


Wrote By: Mizia
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La mia passione per lo scrivere è innata. Ho creato quasi per scherzo tempo fa un mio libro, che però ha appassionato un pò tutti i miei amici, e volevo riproporlo qui..si sa mai che qualche editore lo legge e ci faccio i soldi! ^_^

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Caro lettore, se sei arrivato in questo mio secondo blog è perchè sei partito dal mio principale diario, quindi sai alla perfezione cosa amo..buona lettura!

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Incominciai a scrivere per scherzo, poi la presi come passione, questa mia idea è nata guardando un galeone che mio padre aveva costruito, tutto nei minimi particolari, corde,cannoni, vele, tutto a mano con l'aiuto di una grande pazienza. Un giorno mi misi li, a guardarlo e incominciai a fantasticare. "Perchè non provarci" mi chiesi quando nella mia mente Susan, Tom e tutti gli altri prendevano forma si plasmavano.. così ecco a voi il mio (diciamo) libro!